FISIOTERAPIA – OSTEOPATIA

Dott. Nicolò Colombo

Gravidanza : sciatalgia e mal di schiena

Gravidanza – Sciatalgia e mal di schiena

Nel nostro studio di Legnano ci prendiamo cura anche delle mamme in dolce attesa. Ogni futura mamma ha a che fare con diversi disturbi della gravidanza, il dolore lancinante alla schiena e alle gambe è un sintomo che può letteralmente bloccarti e rendere difficile i movimenti della vita quotidiana. Un approccio riabilitativo grazie al fisioterapista o all’osteopata consente di alleviare di molto, o addirittura eliminare, questa antipatica sintomatologia.

Sciatica in gravidanza

La sciatica, o meglio detta sciatalgia, è il nome della condizione in cui il dolore scorre lungo il nervo sciatico, tipicamente attraverso la parte bassa della schiena, verso il gluteo, i fianchi e, infine, lungo la gamba. La sciatica di solito colpisce solo un lato del corpo ed è incredibilmente comune durante la gravidanza. Durante la visita il fisioterapista o l’osteopata sapranno indicarvi e spiegarvi nel dettaglio il decorso del nervo sciatico, facendo comprendere il perché di tale sintomatologia. È il nervo più grande del corpo ed è la chiave per fornire funzioni motorie e sensoriali alla parte inferiore del corpo e alle gambe.

Sintomi della sciatalgia

Come descritto in un blog precedente (vedi sciatalgia), i sintomi del dolore del nervo sciatico possono variare in sensazione e intensità. Per alcuni, è un lieve dolore lungo un lato della parte inferiore del corpo. Per altri, può sembrare simile a un’improvvisa scossa elettrica lungo il nervo. Altri sintomi che possono verificarsi sono intorpidimento, formicolio o persino debolezza muscolare nella gamba o nel piede.

Perché il dolore al nervo sciatico si verifica durante la gravidanza?

La sciatica è tipicamente causata da un nervo sciatico compresso, irritato o infiammato. Nelle persone non gravide, il fisioterapista specializzato andrà a ricercare la causa di tale compressione o irritazione in un’ernia del disco o da uno sperone osseo. Tuttavia, in gravidanza, ci sono altri fattori in gioco, ovvero il cambiamento della posizione del bacino in antiversione e a causa del peso del “pancione”.

Più in dettaglio, man mano che l’ormone relaxina si accumula nel corpo durante la gravidanza, i legamenti iniziano ad allentarsi per prepararsi alla nascita. Di conseguenza, il centro di gravità del tuo corpo si sposta, il che può causare la compressione del nervo sciatico. Mentre il tuo piccolo accumula chili, il peso del feto e del tuo utero può aggiungere ulteriore pressione al nervo sciatico, specialmente quando il bambino è posizionato in certi modi.

Consigli per alleviare la sciatica durante la gravidanza

Il fisioterapista e osteopata possono suggerire diversi espedienti per alleviare, durante la gravidanza, i fastidiosi sintomi della sciatalgia, tra cui:

  • Sdraiarsi sul lato opposto al dolore: per aiutare ad alleviare la pressione sul nervo sciatico. Prova anche a dormire in questa posizione.
  • Utilizzare un cuscino tra le gambe durante la notte: per dormire in una posizione rilassata ed evitare la compressione del nervo sciatico.
  • Evitare di stare in piedi per lunghi periodi di tempo: se hai bisogno di stare in piedi per un po’, prova a sollevare un piede e ad appoggiarlo su una scatola o uno sgabello per evitare disagi.
  • Nuotare: la galleggiabilità dell’acqua può aiutare a ridurre la pressione del nervo sciatico.
  • Docce calde o impacchi caldi per alleviare il dolore: il calore è un miorilassante naturale che consente alla muscolatura di “lasciarsi andare” e ridurre la tensione.
  • Evitare di sollevare oggetti pesanti.

Trattamento in gravidanza

Generalmente, nella maggior parte dei casi il dolore al nervo sciatico scompare da solo entro pochi mesi dal parto. Tuttavia, i sintomi durante la gravidanza possono essere invalidanti e necessitano di un trattamento adeguato. Rivolgendoti al tuo fisioterapista o osteopata di fiducia potrai alleviare o far scomparire i sintomi che rendono spiacevole un momento così importante della tua vita. Il fisioterapista specializzato sarà in grado di trattare la muscolatura tesa e saprà consigliarti una serie di esercizi specificatamente pensati per alleviare i sintomi della sciatalgia.

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Frattura del polso. Osteopatia e Fisioterapia a Legnano

Frattura del Polso

Nell’ambito della fisioterapia ortopedica, le fratture del polso, in particolare dell’epifisi distale del radio, sono frequenti tra gli anziani, soprattutto le donne, che hanno ossa più fragili e cadono più facilmente. Le persone anziane oggi sono più sane, più attive e più numerose di quanto non siano mai state e le decisioni circa il trattamento non devono essere basate solo sull’età del paziente, ma considerare anche la possibilità di una cattiva qualità dell’osso.

Per fratturare l’estremo distale del radio in un giovane occorre una notevole energia e la maggior parte di queste fratture avviene per incidenti stradali, cadute da altezze considerevoli o attività sportive. Le fratture scomposte nei giovani adulti sono spesso associate a concomitanti fratture del carpo e a lesioni dei legamenti, sindromi acute compartimentali e politraumi.

Le chiavi per un trattamento efficace delle fratture di polso comprendono il recupero della congruità articolare, la preservazione della lunghezza del radio, la giusta inclinazione volare (verso il palmo della mano), la prevenzione della rigidità e la mobilità precoce di una struttura stabile.

Occorre prestare speciale attenzione alla tumefazione della mano, che limita i movimenti. La tumefazione può contribuire a determinare rigidità e anche retrazione dei muscoli intrinseci della mano. La mobilizzazione e l’uso funzionale della mano, del polso e dell’avambraccio completano la riabilitazione del polso fratturato. Per questo motivo è sempre bene affidarsi ad un fisioterapista specializzato nell’ambito ortopedico.

Frattura del polso: classificazione e problematiche

Per quanto riguarda la frattura del polso, sono stati descritti molti sistemi di classificazione, ma per il fisioterapista la maggior parte degli elementi importanti è contenuta nel sistema di Fernandez che distingue tra:

  • tipo 1: fratture da flessione, sono fratture extrarticolari (cioè non interessano l’articolazione ma solo il corpo del radio), sono le più comuni tra cui la frattura di Colles e la frattura di Smith.
  • tipo 2: fratture da taglio, sono fratture articolari dette fratture di Barton che sono di per sé fratture instabili e vengono trattate chirurgicamente.
  • tipo 3: fratture da compressione, interessano la superficie articolare e il grado di lesione dipende dalla forza compressiva.
  • tipo 4: fratture-lussazioni, sono fratture in cui si hanno lussazioni dell’articolazione radiocarpica con piccole fratture da avulsione legamentosa.
  • tipo 5: fratture ad alta energia che combinano diversi tipi elencati in precedenza.

Chirurgia o semplice tutore?

Le indicazioni al trattamento chirurgico delle fratture di polso comprendono le fratture instabili, le fratture irriducibili, fratture con più di 20° di angolazione dorsale (verso il dorso della mano) del frammento distale, uno spostamento o un’incongruità intrarticolare di 2 mm o più dei frammenti articolari e una dislocazione del radio (laterale). Queste sono condizioni che il fisioterapista non può trattare, ma riabilita dopo l’intervento.

Un trattamento efficace di una frattura dell’epifisi distale del radio deve rispettare i tessuti molli mentre ripristina un allineamento anatomico delle ossa. Pertanto, il chirurgo deve scegliere un metodo di trattamento che preservi l’allineamento delle ossa senza servirsi di gessi stretti o costringere le strutture scorrevoli che controllano la mano. L’articolazione matacarpo-falangea (MCF) deve restare libera. Il polso non deve essere distratto o posto in posizione flessa perché queste posizioni anormali riducono il vantaggio dinamico dei tendini dei muscoli estrinseci, aumentano la pressione nel canale carpale, esacerbano il danno ai legamenti e contribuiscono alla rigidità.

Le fratture da flessione (tipo 1), tipicamente la frattura di Colles, richiede una fissazione chirurgica nei pazienti più anziani, con più di 20° di angolazione dorsale (verso il dorso della mano) della superficie articolare radiale distale, misurati prima della riduzione con manipolazione.

Le fratture da taglio, le cosiddette fratture di Barton, per la loro instabilità intrinseca devono essere trattate con riduzione aperta e osteosintesi con viti e placca per ottenere risultati migliori. Mentre molte fratture da compressione articolare semplici possono essere trattate con manipolazione chiusa, fissazione esterna e fissazione con fili di Kirschner percutanei. Le fratture con lussazione possono addirittura richiedere un fissatore esterno.

Per tutti gli altri casi si utilizza una manipolazione chiusa e uno splint sugar tong che risulta essere un trattamento definitivo e sufficiente.

Frattura del polso: come la riconosco?

Il paziente che si presenta in pronto soccorso, o direttamente dal fisioterapista, avrà il polso deformato con la mano dislocata dorsalmente. È la cosiddetta deformità “a dorso di forchetta” per la somiglianza con una forchetta vista di lato. Anche l’estremo distale dell’ulna può apparire prominente. Il polso è gonfio e dolorabile e la palpazione può provocare un crepitio. L’indagine diagnostica principale è la radiografia (RX). Se necessario dopo riduzione chiusa si può chiedere una TAC per definire con precisione lo schema della lesione.

Riabilitazione e trattamento della frattura del polso

La riabilitazione di una frattura di polso è pressoché uniforme in tutti i tipi di fratture, purché lo schema della lesione sia stato correttamente individuato e trattato. Le fasi della riabilitazione, che mettiamo in atto qui nel nostro studio di Legnano, possono essere suddivise in precoce, media e tardiva.

Riabilitazione: fase precoce

Nella fase precoce, la parte critica della prima fase della riabilitazione è la limitazione della tumefazione e della rigidità della mano sulle quali il fisioterapista dovrà subito interventire. La tumefazione può essere limitata e ridotta insegnando al paziente a tenere elevata la mano sopra il livello del cuore, incoraggiando una frequente mobilizzazione attiva e fasciando le dita e la mano con bende elastiche autoadesive (tipo Coban). La rigidità può essere in parte prevenuta insegnando al paziente un programma aggressivo di esercizi attivi e passivi per il ROM.

Un’altra parte critica della prima fase della riabilitazione è l’uso funzionale della mano. Molti di questi pazienti sono anziani e hanno una ridotta capacità di adattamento alla loro lesione del polso. È dunque importante spronare il paziente ad eseguire attività della vita quotidiana, come mangiare, vestirsi, fare toilette, così la mano sarà meglio reincorporata nello schema fisico del paziente e pertanto meno soggetta a diventare distrofica.

In questa fase e nelle fasi successive è fondamentale il movimento attivo della spalla e del gomito omolaterali (dello stesso lato del polso fratturato) per evitare una spalla o un gomito congelati.

 

Riabilitazione: fase intermedia

Una volta saldata la frattura possono essere rimossi il chiodo e la fissazione esterna e il paziente viene svezzato dal tutore. La radiografia guiderà questa transizione, perché alcune fratture molto frammentate possono richiedere una tutela per oltre 8 settimane.  Vengono utilizzati esercizi attivi assistiti di mobilizzazione dell’avambraccio e del polso per massimizzare la mobilità. Un splint dinamico può servire per migliorare il movimento. In particolare, se la supinazione è lenta da recuperare, può essere utilizzato a intermittenza uno splint dinamico di supinazione.

Per accelerare la consolidazione ossea, il fisioterapista consiglierà di utilizzare izzare in questa fase la magnetoterapia che con il suo campo magnetico stimola gli osteoblasti nella produzione di osso utile per riparare la frattura.

Riabilitazione: fase tardiva

Una volta ben stabilizzata la consolidazione, si possono iniziare esercizi di rinforzo muscolare mentre si continua con la mobilizzazione attiva assistita. Il polso e la mano sono stati a riposo per molto tempo dopo il trauma o l’intervento e trarranno vantaggio da esercizi di rinforzo inclusi gli esercizi di rinforzo con plastilina l’uso di piccoli pesi o di macchinari specifici.

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distorsione caviglia - fisioterapia e osteopatia Legnano

Distorsione di caviglia: cos’è e come avviene

La distorsione di caviglia, che comunemente chiamiamo “storta”, è uno dei traumi muscoloscheletrici che il fisioterapista vede più di frequente. Questo evento traumatico si manifesta quando perdiamo l’appoggio del piede mentre ci troviamo, ad esempio, su una superficie irregolare. In questo frangente, la caviglia fa un movimento anomalo ed eccessivo oltre le capacità dell’articolazione stessa determinando così danni più o meno gravi ai tessuti.

Più in dettaglio, il fisioterapista e l’osteopata devono indagare le cause traumatiche della distorsione di caviglia  che si dividono in:

  • traumi estrinseci: dovuti ad eventi non non controllabili dal soggetto (come un contrasto durante una partita di calcio).
  • traumi intrinseci: ovvero traumi subiti “da solo” dal soggetto stesso “da solo” (come il caso di una storta alla caviglia scendendo le scale, correndo o facendo sport ma senza che vi siano cause esterne).

Questo è un dettaglio importante per determinare il successivo percorso di fisioterapia e quindi deve essere una domanda posta al paziente durante l’anamnesi. Insieme alla tipologia di trauma è necessario individuare la direzione del meccanismo traumatico. Infatti si hanno:

  • distorsioni in inversione: con danni ai tessuti laterali (esterni) della caviglia
  • distorsioni in eversione: con danni ai tessuti mediali (interni) della caviglia

Generalmente la distorsione più frequente è quella in inversione e la lesione più comune che si può manifestare è quella del legamento peroneo-astragalico anteriore sia nella popolazione generale che in quella sportiva

Sintomi della distorsione di caviglia

sintomi di una distorsione di caviglia sono:

  • dolore solitamente localizzato nella zona di interessamento delle strutture (solitamente legamenti) del piede e della caviglia;
  • dolore al carico cioè un dolore che si manifesta o peggiora camminando o stando in piedi;
  • gonfiore più o meno evidente in base al grado di distorsione;
  • ecchimosi (livido) solitamente localizzato, come per il gonfiore, nella zona interessata dalla distorsione.

Caviglia gonfia: devo preoccuparmi?

Il gonfiore è comune dopo una distorsione di caviglia ed è localizzato, di solito, nella zona di lesione dei legamenti o delle strutture della caviglia interessa. In caso di distorsione laterale di caviglia, il gonfiore si troverà nella zona laterale del piede mentre, in caso di distorsione mediale di caviglia, il gonfiore si troverà nella zona mediale del piede.

Tra le situazioni più pericolose che potrebbero verificarsi in seguito a distorsione di caviglia, sicuramente la più importante è quella della frattura. Questa situazione deve immediatamente essere accertata, altrimenti non si può procedere nel trattamento.

Durante la seduta di fisioterapia, la valutazione di un paziente con distorsione di caviglia inizia con l’osservazione per individuare eventuale gonfiore o ematomi e la palpazione di alcuni punti specifici che consentiranno di escludere la presenza di fratture con una probabilità molto elevata e ridurre quindi la necessità di sottoporsi a una radiografia attraverso delle regole chiamate in Ottawa Ankle Rules.

Se l’esecuzione di queste palpazioni sono negative si potrà chiedere al paziente anche di eseguire alcuni passi o alcuni movimenti per valutarne la quantità e la presenza di dolore per proseguire, poi, con alcuni test specifici per le lesioni legamentose o tendinee. Se invece la palpazione è dolorosa e il cammino impossibile è meglio interrompere la seduta ed inviare il paziente per effettuare una radiografia o, nei casi dubbi e più incerti, TAC.

Dunque, attraverso il colloquio e la valutazione il fisioterapista imposterà il programma riabilitativo più appropriato per ciascun paziente e deciderà, se necessario, se sottoporre il paziente ad indagini strumentali o se consigliare al soggetto di rivolgersi a uno specialista in ortopedia per un consulto chirurgico nei casi più gravi.

Distorsione alla caviglia: cosa fare e a chi rivolgersi

Le figure professionali a cui rivolgersi dopo distorsione di caviglia sono il fisioterapista specializzato o il medico di medicina generale o il medico specialista (ortopedico). Questi professionisti sono gli unici in possesso dei requisiti per poter visitaretrattare un paziente che ha subito una distorsione di caviglia.

Una volta escluso il rischio di frattura e risolti i casi dubbi, vediamo cosa fare in caso di distorsione di caviglia. Il fisioterapista deve seguire obiettivi specifici:

  • ridurre il dolore attraverso tecniche manuali specifiche proposte dal fisioterapista, l’assunzione di anti-infiammatori o analgesici generali prescritti dal medico solo per i primissimi giorni;
  • ridurre il gonfiore attraverso un bendaggio compressivo, l’elevazione del piede e il movimento della caviglia per favorire il drenaggio e lo spostamento dei liquidi in eccesso che determinano il gonfiore;
  • ridurre il carico di lavoro del piede e della caviglia (attraverso l’utilizzo di stampelle nei primissimi giorni, riduzione dell’attività fisica o sportiva o astensione dalla stessa per alcuni giorni);
  • migliorare il movimento attraverso esercizi di mobilità e tecniche manuali prescritti o eseguite dal fisioterapista specializzato;
  • potenziare aumentare la forza muscolare di tutta la muscolatura che guida il movimento della caviglia dai più semplici ai più complessi, questi ultimi da eseguire con la supervisione del fisioterapista.

Storta alla caviglia: rimedi ed esercizi

rimedi più efficaci per la distorsione di caviglia sono sicuramente la terapia manuale, macchinari come la TECARterapia (per ridurre lo stato infiammatorio), pressoterapia (per ridurre il gonfiore) e gli esercizi riabilitativi specifici prescritti e supervisionati dal fisioterapista specializzato in ambito muscoloscheletrico. 

Purtroppo, l’utilizzo sulla zona interessata pomate, creme, impacchi non sono di aiuto nella guarigione tissutale e non favoriscono il recupero funzionale, soprattutto in ambito sportivo, da una distorsione di caviglia.

L’utilizzo del ghiaccio, invece, può essere applicato nei giorni successivi al trauma per ridurre parzialmente il dolore e deve essere applicato ad intervalli di 10 minuti. L’uso eccessivo e spropositato del ghiaccio non velocizza i tempi di recupero, anzi porta ulteriore sofferenza ai tessuti lesionati generando quello che viene detto effetto rebound, ovvero un aumento della vasodilatazione e del gonfiore peggiorando così la condizione clinica.

Gli esercizi prescritti dal fisioterapista sono il centro del programma riabilitativo e hanno la capacità di restituire alla caviglia la propria capacità di movimento, di resistenza al carico corporeo e al carico di lavoro (come nel caso di un paziente sportivo) e hanno la capacità di migliorare la forza muscolare del polpaccio e della muscolatura di tutto l’arto inferiore per consentire al paziente di riprendere nel più breve tempo possibile tutte le attività quotidiane, ludiche e sportive.

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epicondilite - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Epicondilite: cos’è e come curarla

Epicondilite, chiamata anche gomito del tennista, è meglio descritta con il termine tendinopatia laterale di gomito (TLG), e si intende una condizione di dolore percepito a livello dell’epicondilo, ovvero una superficie ossea del gomito che si trova lateralmente (esternamente) e che risulta dolente dolente sia alla palpazione che durante i movimenti del polso, della mano e delle dita. L’epicondilite è un disturbo che si sviluppa in seguito a microtraumi ripetuti nel tempo (movimenti o attività ripetute per molto tempo o con sforzi eccessivi) e, come detto, è una tendinopatia, cioè una problematica dovuto al sovraccarico dei tendini dei muscoli dell’avambraccio che prendono il nome di estensori del carpo e delle dita.

Sintomi dell’epicondilite

sintomi lamentati dal paziente per epicondilite ricercati dal fisioterapista sono piuttosto caratteristici e di facile individuazione e sono:

  • dolore nella zona laterale (esterna) del gomito che può estendersi fino al polso e al dorso delle dita;
  • sensazione di tensione e/o rigidità a livello del gomito o della zona dorsale (esterna) dell’avambraccio;
  • mancanza di forza nella presa (della mano) o nelle rotazioni dell’avambraccio;
  • sensazione di intorpidimento nella zona dorsale (esterna) dell’avambraccio;
  • difficoltà nel distendere (raddrizzare) completamente il gomito.
  • possibile gonfiore, calore e rossore del gomito nella parte esterna

Cause dell’epicondilite

Le cause dell’epicondilite sono il sovraccarico, i microtraumi o sforzi ripetuti eccessivi o prolungati nel tempo. Le persone più a rischio di avere l’epicondilite sono:

  • tennisti;
  • giocatori di badminton;
  • ping-pong;
  • golfisti;
  • cuochi;
  • imbianchini;
  • tecnici generici;
  • baristi;
  • sarte;
  • parrucchieri;
  • musicisti.

Diagnosi

La diagnosi di epicondilite viene generalmente fatta dal fisioterapista clinicamente, cioè attraverso il colloquio e la valutazione del paziente attraverso test specifici. I principali test clinici per la diagnosi di epicondilite sono:

  1. palpazione dell’epicondilo laterale del gomito
  2. Thomesen test: è un test di forza resistita, in cui si chiede al paziente di estendere il polso contro una resistenza posta sulla mano del paziente dal fisioterapista.
  3. Maudsley’s test: è un test di forza resistita in cui si chiede al paziente di estendere il dito medio contro una resistenza posta sul dito del paziente dal fisioterapista.

Questi test sono positivi se c’è la comparsa del dolore tipico riferito dal paziente, localizzato in sede laterale del gomito.

Solo in alcuni casi più rari, il paziente potrebbe essere invitato a sottoporsi a ecografia, radiografia o elettromiografia volte ad escludere patologie più gravi.

Cura, rimedi, fasce, tutore per epicondilite ed esercizi riabilitativi

tutori o le fasce per l’epicondilite possono essere utilizzati nei primi giorni di dolore al gomito per cercare di fornire sostegno all’articolazione e ai tendini dei muscoli dell’avambraccio, specialmente per quei pazienti che hanno elevate richieste funzionali (lavoro, sport ad alti livelli), ma il loro utilizzo deve essere momentaneo e sempre supportato dall’esecuzione di esercizi riabilitativi specifici per l’epicondilite.

Mentre si utilizzano tutori o fasce per l’epicondilite, il fisioterapista oltre al trattamento manuale volto a scaricare la muscolatura dell’avambraccio, opterà per tecniche della modifica del sintomo volte a ridurre il dolore in maniera quasi immediata e consentire così al paziente di eseguire gli esercizi riabilitativi. Lo scopo degli esercizi è quello di allenare le strutture che causano dolore al gomito, tra cui tendini, osso, legamenti e fasce muscolari e, in particolare, i muscoli estensori del carpo, delle dita e i muscoli supinatori dell’avambraccio.

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tunnel carpale - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Tunnel carpale: cos’é e come curarlo

Cos’è la sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale è una neuropatia periferica che interessa il nervo mediano, un particolare nervo che origina dalle radici nervose cervicali a livello del collo e che decorre lungo il braccio fino alla mano, innervando la superficie palmaredelle prime tre dita e di metà del quarto dito. Nello specifico, il nervo mediano attraversa, a livello del polso, un canale particolarmente ristretto formato da ossa, legamenti, tendini e muscoli che prende il nome appunto di tunnel carpale e che, a causa di movimenti ripetuti, infiammazione patologie potrebbe ridurre le proprie dimensioni causando la sindrome del tunnel carpale.

Sintomi della sindrome del tunnel carpale

sintomi della sindrome del tunnel carpale solitamente sono molto specifici e caratteristici. In particolare, i sintomi principali sono:

  • formicolio, intorpidimento, sensazione di alterata sensibilità o di scossa elettrica a livello delle prime tre dita della mano e della metà del quarto dito;
  • debolezza nelle attività di prensione o in generale della mano;
  • dolore notturno che sveglia il paziente e deve lasciare il braccio “a penzoloni” per trovare beneficio;
  • dolore o formicolii che permangono anche dopo aver eseguito alcune attività per alcuni minuti od ore;

Il fisioterapista cercherà di determinare la fase del disturbo in base all’entità dei sintomi; infatti, nei casi in cui i sintomi siano insorti da poco tempo, il dolore o i formicolii siano più localizzati e meno estesi, mentre nelle fasi più avanzate, quando i sintomi sono presenti da più tempo, i sintomi possono diffondersi anche ad avambraccio e spalla. Per questo motivo è importante cominciare da subito con un percorso di fisioterapia, altrimenti all’aumentare dell’estensione dei sintomi aumenta anche il tempo di recupero.

Cause della sindrome del tunnel carpale

Durante la seduta di fisioterapia è importante determinare la causa della sindrome del tunnel carpale, cioé quelle condizioni che riducono lo spazio del tunnel carpale attraversato dal nervo mediano. Tra queste, le principali sono:

  • ipertrofia (aumento del volume) dei muscoli e dei tendini che attraversano il tunnel carpale;
  • movimenti ripetuti del polso e delle dita (come nel caso dei baristi, dei lavoratori manuali, dei parrucchieri o dei cuochi);
  • sovraccarichi del polso e della mano o posizioni mantenute nel tempo in flessione o estensione palmare come, ad esempio, i ciclisti che non hanno fatto un posizionamento corretto sulla bicicletta;
  • disturbi congeniti per cui il tunnel carpale risulta più stretto del normale;
  • traumi, fratture o alterazioni del consolidamento osseo a livello del polso;
  • patologie reumatiche o infiammatorie come l’artrite che potrebbe deformare l’anatomia del polso e della mano;
  • patologie che alterano la salute dei nervi periferici (come il diabete);
  • altre patologie come quelle tiroidee, l’obesità o la menopausa.

Diagnosi di sindrome del tunnel carpale

Per avere una diagnosi di sindrome del tunnel carpale l’esame principale è l’elettromiografia o l’elettroneurografia eseguite da un medico specialista in neurologia. Tuttavia, è possibile determinare la presenza sindrome del tunnel carpale è anche in modo clinico, poiché i sintomi sono caratteristici e di facile identificazione.

Diagnosi clinica di sindrome del tunnel carpale

Il fisioterapista ha a disposizione, oltre il colloquio anamnestico, alcuni test specifici tra cui: 

  • palpazione del tunnel carpale può evocare dolore;
  • test specifici come la manovra di Phalen cioè il mantenimento della posizione di flessione palmare del polso forzato o il test di Tinel cioè la percussione sul polso con le dita del fisioterapista.
  • test dei movimenti del polso, mano e dita in tutte le direzioni eseguite dal paziente o passivamente dal fisioterapista;
  • valutazione della forza muscolare dei muscoli dell’avambraccio e della mano;
  • esame neurologico ovvero la valutazione della sensibilità, dei riflessi osteo-tendinei attraverso il martelletto neurologico e della forza muscolare dei muscoli innervati dal nervo mediano;
  • test di neurotensione movimenti specifici che mettono in tensione il nervo ed elicitano la sintomatologia del paziente.

Rimedi, cura e terapie

Curare la sindrome del tunnel carpale è piuttosto complesso e richiede un’attenta valutazione (sia medica che fisioterapica), il percorso riabilitativo può essere lungo ma consente di evitare l’intervento chirurgico a cui si può ricorrere se la terapia conservativa non ha generato nessun beneficio. Ad oggi la letteratura scientifica suggerisce che a lungo termine la fisioterapia e l’intervento chirurgico offrono gli stessi benefici. È importante dunque:

  • non sottovalutare i propri sintomi e ritardare l’assistenza medica e fisioterapica;
  • non ignorare i propri sintomi al lavoro o durante le attività provocative;
  • non sovraccaricare le strutture interessate cioè eseguire movimenti provocativi nonostante il dolore.

Le cure e i rimedi della sindrome del tunnel carpale sono:

  • utilizzo di un tutore o di uno splint unicamente nelle ore notturne e nei primi giorni dall’insorgenza dei sintomi. È possibile trovarli nei negozi di ortopedia ed è importante provarlo per sentirne la comodità e avere la giusta taglia.
  • ridurre le attività provocative (lavoro, hobby o sport) che peggiorano i sintomi – almeno nei primi giorni dall’insorgenza dei sintomi;
  • farmaci (su prescrizione medica);
  • esercizi specifici prescritti dal fisioterapista.
  • eventuali terapie strumentali come Tecarterapia;
  • terapia manuale del polso, dell’avambraccio o delle dita 

Splint, tutore e fascia per la sindrome del tunnel carpale

Gli splint, i tutori o le fasciature per la sindrome del tunnel carpale sono utili nelle prime fasi di dolore o formicolii acuti e intensi, specialmente nei soggetti che praticano sport o lavori che impongono l’utilizzo o il sovraccarico del polso, della mano o delle dita.

Tipicamente le fasciature consentono di sostenere le strutture interessate evitando di sovraccaricarle durante l’attività sportiva o lavorativa e quindi di dare sollievo a questa popolazione di pazienti. Il tutore notturno consente di mantenere una posizione del polso neutra, ovvero né in eccessiva estensione o flessione, durante la notte per evitare di percepire i fastidiosi sintomi che possono svegliare il paziente di notte o che determinano una mano dolorante appena svegli. Tuttavia, è bene sapere che queste soluzioni non sono risolutive ma sono utili all’interno di un piano riabilitativo al fine di giungere alla guarigione il più velocemente possibile. Infatti le cure e i rimedi per questo disturbo sono principalmente farmacologiche (prescritte dal medico di medicina generale o dallo specialista) e il trattamento riabilitativo con un fisioterapista specializzato. 

Esercizi

Gli esercizi per la sindrome del tunnel carpale che vengono proposti dal fisioterapista sono i seguenti:

  1. Esercizi di neurodinamica;
  2. Esercizi di rinforzo muscolare;
  3. Esercizi per migliorare l’estensibilità dei muscoli dell’avambraccio, della mano e delle dita;
  4. Esercizi per migliorare il ROM (movimento) del polso e dell’avambraccio.

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sciatalgia - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Sciatalgia

Sciatica, o sciatalgia, è un termine che sta ad indicare la sensazione di dolore, intorpidimento, formicolio, tensione o scossa elettrica nella zona più bassa della schiena e nella gamba a causa di un problema del nervo sciatico, un nervo di grande diametro che dalla zona lombare scende fino alla punta delle dita dei piedi.

Potrà essere capitato anche a voi si sentire una sensazione di dolore o di scossa che si muove dal gluteo verso l’esterno della coscia (in particolare nella zona laterale o esterna) e che, a volte, si irradia fino al piede. Alcuni pazienti hanno anche sensazioni strane come sentire delle gocce d’acqua sulla pelle oppure come di formiche o insetti che corrono lungo la gamba. Nei casi più gravi si può arrivare anche alla perdita di forza (si ha una sensazione di cedimento) o alla mancanza di sensibilità.

Solitamente, la sciatica può provocare dolore notturno, difficoltà nel mantenimento della posizione seduta, nel cammino o, nei casi di dolore intenso, anche nelle attività quotidiane più semplici o nei movimenti del busto più banali.

Le cause

Nella maggior parte dei casi, le cause della sciatica sono compressioni delle radici nervose dei nervi spinali, o del nervo sciatico vero e proprio, dovute a erniazioni discali, in particolare nella zona più bassa della schiena (L4-L5 o L5-S1) dove si scarica maggiormente il nostro peso corporeo. Queste compressioni provocano infiammazione del nervo stesso e impediscono la corretta conduzione del segnale nervoso, determinando così la sintomatologia descritta lungo il territorio del nervo sciatico.

Rimedi efficaci ed esercizi per la sciatica

rimedi più efficaci per la sciatica sono gli esercizi. Nei primissimi giorni in cui c’è molto dolore e ci si sente bloccati, è utile chiedere al tuo medico di base consiglio su come gestire i primi giorni di dolore acuto. Il medico di base potrà prescrivere farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), antidolorifici o altre alternative.

Nei primi 3 giorni è bene concentrarsi sulla gestione del dolore e sarà molto difficile recarsi dal terapista. E’ quindi consigliato vedere il fisioterapista dopo 4 giorni dove il dolore intenso e acuto si è ridotto e sarà così possibile intervenire manualmente. Importante è, passate le primissime fasi di dolore intenso, iniziare il percorso di esercizi specifici per la sciatica che consentiranno di ridurre il dolore, il formicolio, l’intorpidimento alla gamba e la sensazione di scossa elettrica.

Gli esercizi più utili sono quelli di neurodinamica che consentono il movimento e lo scivolamento del nervo sciatico in modo da liberarsi dalle compressioni che causano la sintomatologia. Insieme a questi è bene lavorare sulla mobilità della colonna e sul rilassamento muscolare. Terminata la sintomatologia è bene prevenire successivi episodi, infatti spesso si ripresentano eventi simili a distanza di 6 mesi o 1 anno. Il fisioterapista saprà consigliare esercizi di mantenimento, di rinforzo muscolare e le migliori attività aerobiche per dimenticare una volta per tutte questi fastidiosi sintomi.

mal di schiena acuto - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Mini guida al mal di schiena acuto

Capita a tutti di fare un trasloco, di impegnarsi in un’attività sportiva insolita, di sollevare dei pesi pesanti o di voler impressionare gli amici con qualche acrobazia e poi rimanere bloccati con la schiena! Ouch! E adesso cosa possiamo fare? Qui di seguito alcune indicazioni per agire nel migliore dei modi.

Anzitutto, con mal di schiena acuto si intende un mal di schiena insorto da meno di 3-4 settimane. Qui di seguito alcuni consigli per agire verso una pronta guarigione:

  • Nella fase iniziale, più acuta, è possibile gestire il dolore con antinfiammatori e antidolorifici che devono essere prescritti dal medico di base. Evitare il fai da te ed utilizzare farmaci solo per un periodo limitato nel tempo.
  • Limitare il riposo a letto il più possibile e cercare di fare movimenti blandi e controllati. Il nostro corpo ha bisogno di muoversi.
  • Cercare di rimanere attivi sia nella vita quotidiana che lavorativa. Gli studi hanno dimostrato come una gestione passiva del mal di schiena e l’eccessivo riposo hanno un impatto negativo sul processo di guarigione.
  • Se si dorme di lato, utilizzare un cuscino tra le ginocchia in modo da evitare le rotazioni della colonna lombare, ma anzi favorire un allineamento della colonna vertebrale.

Cosa può fare il fisioterapista?

  • Valutare attentamente il vostro mal di schiena per capirne la causa. È solo un problema muscolo-scheletrico? C’è un problema di ernia? Si presenta anche una sciatalgia associata al mal di schiena?
  • La terapia manuale e le manipolazioni si sono rivelate molto efficaci, ad esempio tecniche articolari o tecniche dirette ai tessuti molli come i muscoli.
  • L’esercizio terapeutico a bassa intensità ed esercizi di mobilità eseguiti sotto indicazione del terapista e a domicilio sono fondamentali per un rapido recupero.
  • Informare e educare il paziente, ovvero spiegare cosa fare, come farlo, quando farlo ma, soprattutto, cosa evitare per non rallentare il recupero. Importanti sono anche i consigli per evitare che il problema si ripresenti.

In conclusione, il messaggio che vuole passare è di mantenersi attivi. Chiedete al vostro terapista degli esercizi individualizzati che, sulla base di principi biomeccanici, riducono il dolore a riposo, durante il movimento, durante la deambulazione e migliorano la qualità di vita.

Spalla Congelata - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Spalla congelata

La spalla congelata o forzen shoulder, nota anche con il nome di periartrite, è una problematica della spalla che vedono il sistema immunitario come effettore. L’ipotesi più recente è che ci sia una low-grade inflammation persistente, ovvero sorta di infiammazione di bassa intensità che perdura nel tempo.

La diagnosi di spalla congelata viene fatta in base alla presentazione temporale, ovvero a degli stadi di evoluzione ed è la seguente:

  • Stadio preadesivo: che può durare da 0 – 3 mesi
  • Stadio acuto adesivo o freezing: che può durare dai 3 – 9 mesi
  • Stadio fibrotico o frozen: che può durare dai 9 -15 mesi
  • Stadio di scongelamento: che può durare dai 15 -24 mesi

I fattori di rischio che maggiormente intervengono sono i fattori genetici e il diabete correlato in maniera trasversale allo sviluppo di patologie muscoloscheletriche. L’età, il sesso e l’obesità sembrano essere protettivi, in alcuni casi, per la spalla congelata.

I pazienti presentano spesso limitazione del movimento in tutte le direzioni e sui vari piani articolari. Possono essere pazienti con rigidità marcata anche in assenza di dolore o con dolore lieve o di moderata entità, il quale passerà in secondo piano. La limitazione del ROM sarà invece percepita in modo marcato, in quanto motivo del consulto.

Tra i fattori che possono rendere la prognosi più lunga vi sono:

  • familiarità: il paziente riferisce in anamnesi che ad un suo familiare ha sofferto della stessa problematica.
  • patologie sistemiche: diabete mellito, iperlipidemia, patologie epatiche.
  • storia di precedente: rigidità controlaterale in anamnesi.

Nei pazienti con rigidità rilevante o come sintomo prevalente, associata a specifici dati anamnestici, le traiettorie di prognosi possono diventare peculiari, particolarmente lunghe e tortuose.

Per quanto riguarda l’articolazione gleno-omerale, ovvero la principale articolazione della spalla, si procede con educazione del paziente ed esercizi funzionali nel rispetto della soglia del dolore e il recupero non viene considerato come completo ripristino del ROM, bensì come recupero funzionale.

Tra i fattori prognostici negativi, che possono quindi dilatare i tempi di recupero, vi sono l’elevato dolore all’esordio del problema, la maggiore limitazione del ROM, il diabete mellito, coinvolgimento bilaterale, il maggior tempo intercorso tra esordio e la prima visita. Il trattamento conservativo, ovvero il percorso riabilitativo, è solitamente proposto per 3-4 mesi dalla presa in carico, la chirurgia va considerata dopo 6 mesi/1 anno.

A causa di queste lunghe tempistiche sarà fondamentale informare il paziente a riguardo e spiegare in maniera semplice e comprensibile cosa sta succedendo. Sarà fondamentale spiegare al paziente che la strategia migliore sono gli esercizi, che farà spesso e che lo accompagneranno per diverso tempo. Non esistono manovre miracolose di sblocco e che andare a provocare dolore eccessivo tra esercizi, trattamento e attività della vita quotidiana non è detto che sia uitle, ma questo deve essere sempre sopportabile.

Le tecniche riabilitative che applicherà il fisioterapista sono mobilizzazioni con movimento e tecniche di terapia manuale che hanno come obiettivo il recupero del ROM. Le evidenze più recenti suggeriscono anche la Mirror Therapy e lo stretching associati ad un programma di fisioterapia standard.

Golf - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Golf

Il golf è uno sport dalle alte richieste tecniche che richiede ai giocatori di completare un giro di 18 buche nel minor numero possibile di colpi. Durante un torneo possono essere eseguiti più 2000 swing tra la pratica e la competizione stessa. Le forze di compressione sulla colonna vertebrale sono superiori a 7000 N (Newton) e le forze di taglio possono arrivare fino a 600 N durante il gesto tecnico dello swing completo.

Come la maggior parte degli atleti e degli appassionati dello sport all’aperto outdoor, i golfisti possono avere alcuni dolori, fastidi e infortuni. È bene quindi concentrarsi non solo su come curare queste problematiche ma, in particolare, come evitare che questi problemi si verifichino in primo luogo.  

I motivi principali per cui i golfisti si infortunano, e quindi gli aspetti che il fisioterapista deve considerare durante la valutazione e l’anamnesi, sono: 

  1. Corpo troppo rigido: se manca la flessibilità, uno swing nel golf metterà a dura prova le parti sbagliate del corpo. Infatti, invece di distribuire in modo armonico l’energia attraverso il corpo, si può scoprire come la parte bassa della schiena, ovvero la lombare, o i fianchi assorbano la maggior parte del carico. 
  2. Non ascoltare il proprio corpo: il dolore è un modo del nostro corpo di dire che qualcosa non va. Forse si sta esagerato con gli allenamenti o un precedente infortunio non è completamente guarito. Un motivo comune per gli infortuni è semplicemente giocare troppo a golf quando il corpo non è in grado di gestirlo.  
  3. Non rinforzare muscoli, tendini e legamenti: lo swing del golf è un movimento incredibilmente complesso e richiede un corpo forte per eseguire correttamente e senza infortuni. Spesso il rinforzo muscolare e il lavoro in palestra viene sottovalutato. 

Analizziamo ora i principali tipi di lesioni.  

Parte superiore del corpo

  1. Gomito: comunemente noto come gomito del golfista è una tendinopatia mediale del gomito.
  2. Lesioni al polso: dovute alla mancanza di forza e la quantità di shock che deve essere assorbita quando la mazza colpisce la palla (o colpisce accidentalmente una roccia).
  3. Lesioni della cuffia dei rotatori: se le spalle sono rigide, i muscoli subiranno un colpo violento ogni volta che viene eseguito lo swing. È importante dunque lavorare sulla mobilità e il rinforzo muscolare. 

Tronco e schiena

  1. Lombare: il movimento improvviso e violento dell’esecuzione di uno swing esercita un’enorme quantità di pressione sulla parte bassa della schiena.
  2. Bacino: una corretta separazione tra la parte superiore e inferiore del corpo nello swing del golf significa una buona rotazione pelvica. Se non c’è, il corpo compensa con posizioni più stressanti.

Parte inferiore del corpo

  1. Ginocchia: è un’articolazione che è sottoposta a torsioni e rotazioni ad ogni swing. Le ginocchia danneggiate faranno fatica a gestire l’energia esplosiva generata dal movimento tecnico.
  2. Caviglie: proprio come le ginocchia, le torsioni e le rotazioni possono esercitare molta pressione sulle articolazioni della caviglia.
  3. Piedi: anche se non sono molto influenzati dallo swing del golf, tutto quel camminare e stare in piedi può essere duro per i piedi, generare stanchezza e poca lucidità durante la competizione. Un’attenta analisi di quelli che sono i problemi, i fattori di rischio, le posture, i compensi e le debolezze muscolari consente di creare un percorso riabilitativo e, ancora meglio, un percorso di prevenzione per evitare infortuni fastidiosi che possono interrompere l’attività che più ci piace.

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Fascite Plantare - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Fascite Plantare

La fasciopatia plantare, conosciuta anche come fascite plantare, è il risultato di uno stato degenerativo delle fibre collagene della fascia plantare, tessuto fibroso che si trova sotto la pianta del piede, al di sotto della cute, e che nasce dal calcagno e si ancora alla base della parte anteriore del piede.

E’ una problematica che coinvolge il 7 % della popolazione generale, riguarda circa il 10% di tutte le patologie del piede e l’8% degli infortuni nella corsa. È associata ad una diminuzione della qualità di vita che include isolamento sociale, una bassa percezione dello stato di salute e ridotte capacità funzionali. Solitamente affligge le persone di mezza età e gli anziani sedentari ma può presentarsi anche nei runner.

I sintomi clinici sono:

  • dolore sotto al calcagno, che può espandersi fino alla base delle dita del piede.
  • rigidità mattutina (dolore alla base del piede ai primi passi);
  • dolore che peggiora all’inizio delle attività sportive e che si riduce nel corso delle attività per poi peggiorare, nuovamente, al termine delle attività stesse.

Il paziente che si presenta dal fisioterapista potrebbe avere dei fattori di rischio predisponenti che sono:

  • limitazione del ROM in dorsiflessione di caviglia (portare la punta del piede verso l’alto).
  • essere sovrappeso.
  • corsa in strada in runners con retropiede varo.
  • attività lavorativa che richiedono di stare spesso in piedi
  • sovraccarico muscolare dovuto all’attivià sportiva.
  • riduzione di forza dei muscoli intrinseci del piede.

Il fisioterapista specializzato in problematiche muscoloscheletriche sarà in grado di determinare se si tratta di fascite plantare attraverso:

  • la palpazione di zone specifiche del calcagno che, evocheranno il dolore del paziente che potrà essere localizzato nella zona di pressione o irradiato anche alla parte laterale del piede o lungo tutta la pianta fino alle dita;
  • windlass test: una manovra molto specifica per la fascite plantare che consiste in movimenti dell’alluce sia con il paziente seduto che con il paziente in piedi.

I rimedi e le cure principali sono l’utilizzo di un bendaggio funzionale detto Low dye taping, lo Stretching quotidiano della fascia plantare (10 rip di 10 sec x 3 serie al giorno), che risulta più efficace delle onde d’urto nel ridurre il dolore in acuto e, infine, l’esercizio terapeutico. Il fisioterapista esperto consiglierà esercizi di rinforzo per i muscoli che controllano la pronazione e attenuano le forze durante le attività di carico.

Per quanto riguarda la prognosi, gli studi mostrano come il decorso clinico della fasciopatia plantare sia positivo, con l’80% dei pazienti che ha una completa risoluzione dei sintomi entro 12 mesi.

In caso di dubbi, sintomatologia persistente o sintomi riconducibili ad altre patologie, possono essere prescritte radiografie (RX), risonanza magnetica ecografia per approfondire il quadro clinico del paziente che potrebbe non avere una fascite plantare.

 

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