FISIOTERAPIA – OSTEOPATIA

Dott. Nicolò Colombo

Lesioni muscolari, Fisioterapista e Osteopata Legnano

Lesioni Muscolari: Ischicrurali

Ischiocrurali: gruppo muscolare e come si lesionano

Nel nostro studio di Legnano ci occupiamo spesso di lesioni muscolari, o i cosiddetti “strappi”, in particolare le lesioni degli ischiocrurali che sono frequenti negli atleti e spesso si cronicizzano, diventando una fonte di problemi. Il gruppo muscolare degli ischiocrurali è costituito da tre muscoli: semimembranoso, semitendinoso e bicipite femorale (capo lungo e capo breve). Questi tre muscoli funzionano nella deambulazione durante la prima fase dell’appoggio per sostenere il ginocchio, durante la fase finale dell’appoggio per la propulsione dell’arto e durante la fase intermedia del volo per controllare il momento dell’arto. Le lesioni degli ischiocrurali, sia parziali sia complete, si verificano tipicamente alla giunzione miotendinea, dove le forze eccentriche si concentrano.

Il gruppo degli ischiocrurali è un gruppo muscolare biarticolare: ciò significa che i muscoli attraversano due articolazioni. Si pensa che questa sia una delle cause per cui questi muscoli sono così suscettibili agli strappi. Il meccanismo che produce il danno è dovuto all’aumento delle forze generate durante la contrazione eccentrica del muscolo e opposte a una contrazione concentrica, ad esempio nella corsa quando si decelera. Le lesioni degli ischiocrurali sono importanti anche perché spesso recidivano, spesso a causa di una riabilitazione inadeguata o per un ritorno prematuro alla competizione prima della completa guarigione. Il percorso riabilitativo deve essere sempre svolto da un fisioterapista specializzato.

Meccanismo di lesione e prevenzione delle lesioni muscolari

I due fattori comuni a tutte le lesioni muscolari degli ischiocrurali sono la mancanza di un’estensibilità adeguata e lo squilibrio nella forza delle varie componenti del gruppo degli ischiocrurali (flessori-estensori, destra-sinistra). Si può avere uno squilibrio nella forza dei muscoli ischiocrurali dei due lati del paziente e vi può anche essere una riduzione del rapporto tra i flessori (ischiocrurali) e il gruppo degli estensori (quadricipite). Altri fattori controllabili, come la mancanza di un adeguato riscaldamento, la perdita di estensibilità, le condizioni generali e la fatica muscolare, devono essere corretti per ridurre al minimo il rischio. Tutti questi fattori devono essere indagati dal fisioterapista durante l’anamnesi al fine di, una volta curata la struttura anatomica, fare in modo di ridurre al minimo i rischi di recidiva.

Le lesioni muscolari degli ischiocrurali sono frequenti in tutti gli atleti, specialmente in quelli che corrono, saltano e calciano. In genere, la lesione si verifica nelle fasi di sprint e di corsa ad alta velocità (ad esempio la gamba che guida in un ostacolista o quella che stacca in un saltatore). Fratture da avulsione della tuberosità ischiatica si possono verificare in altri sport, come lo sci d’acqua, il sollevamento pesi, la danza e il pattinaggio sul ghiaccio. La maggior parte delle lesioni si manifesta in maniera acuta durante un esercizio impegnativo, con un dolore improvviso nella parte posteriore della coscia: questo avviene frequentemente durante uno sprint.

Clinica delle lesioni muscolari

Durante l’anamnesi, il fisioterapista farà domande specifiche e, come detto precedentemente, nelle lesioni muscolari il paziente riferirà di aver sentito un dolore improvviso durante un esercizio impegnativo. Il soggetto descrive di aver sentito una sorta di schiocco e avvertito un dolore, che impedisce la prosecuzione dell’attività sportiva che stava svolgendo. Nelle lesioni più gravi, il paziente racconta di essersi trovato per terra. Le lesioni più lievi sono descritte spesso come una tensione o una stretta nella parte posteriore della coscia durante l’esercizio. Il sintomo non impedisce la prosecuzione dell’esercizio, ma successivamente si intensifica.

Il fisioterapista andrà prima di tutto ad osservare l’arto inferiore del paziente. Uno strappo leggero degli ischiocrurali può non provocare alcun segno fisico, mentre una lesione severa può produrre una contusione estesa, tumefazione, dolorabilità e un difetto alla palpazione. Il fisioterapista che si appresta alla palpazione deve palpare i muscoli per l’intera lunghezza, con il paziente in posizione prona e il ginocchio flesso a 90°. Il muscolo viene palpato mentre è rilassato e poi durante una leggera contrazione. La palpazione deve essere eseguita anche in corrispondenza della tuberosità ischiatica per rilevare una possibile avulsione ossea.

Un altro test che viene eseguito durante la valutazione fisioterapica è quelle che viene chiamato SLR test, ovvero si annota la posizione di massima tolleranza per la flessione dell’anca a ginocchio esteso perché può essere utile per determinare il grado iniziale di gravità della lesione e la risposta prevedibile alla riabilitazione. Un’altra utile guida è la riduzione dell’estensione passiva del ginocchio con l’anca flessa a 90° per capire quanta tensione può essere generata prima di percepire dolore.

Classificazione delle lesioni muscolari e sintomi associati

Le lesioni muscolari degli ischiocrurali sono state classificate in tre gruppi:

  • Grado I (lieve): lo stiramento indica un eccessivo allungamento del muscolo, che risulta in una rottura < 5% dell’integrità strutturale della giunzione miotendinea.
  • Grado II (moderata): rappresenta una rottura parziale con una lesione più significativa, ma una rottura incompleta della giunzione miotendinea
  • Grado III (severa): rappresenta la rottura completa del muscolo, in cui le estremità muscolari sono rotte e sfilacciate.

Le fratture da avulsione possono avvenire in corrispondenza della tuberosità ischiatica prossimalmente o dell’inserzione al ginocchio distalmente.

Esami diagnostici per le lesioni muscolari

Nel nostro studio di Legnano, se viene sospettata una lesione muscolare, indichiamo al paziente di eseguire un accertamento diagnostico, ovvero un’ecografia che consente di osservare un segnale ipoecogeno in corrispondenza della lesione muscolare.

La risonanza magnetica (RM) dovrebbe essere usata raramente. Sulla RM, le lesioni acute si evidenziano con un segnale iperdenso nelle immagini pesate in T2 come risultato dell’emorragia o dell’edema all’interno del muscolo.

Le radiografie classiche sono poco utili, a meno che non si sospetti una lesione da avulsione della tuberosità ischiatica. Le avulsioni ossee con dislocamento >2 cm vengono riparate chirurgicamente e in caso di sospetta frattura della tuberosità ischiatica occorre eseguire radiografie della pelvi.

Una complicanza molto rara è la miosite ossificante cronica visibile in radiografia. Tuttavia, data la sua rarità, il reperto di calcificazioni od ossificazioni dei tessuti molli della coscia deve far insospettire il fisioterapista sul fatto che esistano altre patologie (esempio neoplasie) e indurre ad esami più approfonditi.

Trattamento delle lesioni muscolari

Il trattamento delle lesioni muscolari deve essere effettuato da un fisioterapista specializzato nell’ambito sportivo e ha delle tappe e obiettivi ben precisi. Un programma riabilitativo di fisioterapia non adeguato o frettoloso potrà portare l’atleta ad una recidiva in tempi brevi peggiorando ulteriormente la condizione del paziente sportivo.

Per i primi 3-5 giorni dopo la lesione, la fisioterapia ha l’obiettivo del trattamento è il controllo dell’emorragia, della tumefazione e del dolore. In questa fase viene utilizzato il programma RICE (Rest, Ice, Compression, Elevation).

Successivamente, qualsiasi arco di movimento (ROM) viene aumentato con cautela e gli esercizi per la forza vengono proposti con gradualità fino al ritorno all’attività. Possono essere necessari da molti giorni a settimane, a seconda della gravità della lesione, del livello di competizione e delle attività previste per l’atleta.

Nella fase acuta, nei pazienti con una lesione di II e III grado, il fisioterapista suggerisce le stampelle o il riposo a letto, ma l’immobilizzazione completa dell’anca o del ginocchio è sconsigliata. L’utilizzo del ghiaccio deve essere applicato immediatamente per diminuire l’infiammazione e l’edema.

Mobilità dopo le lesioni muscolari

Poiché la mobilità inizialmente è inficiata dal dolore, all’inizio è meglio usare esercizi isometrici, usando contrazioni isometriche submassimali (esempio 2-3 serie di 5 ripetizioni, 5 secondi di contrazione, con 15-20° di incremento). Bisogna prestare attenzione a limitare la tensione muscolare per evitare il rischio di recidive.

Si procede poi con esercizi isotonici con pesi leggeri, incrementabili di 0,5 kg al giorno. Questo programma prevede l’uso di contrazioni concentriche senza dolore. L’attività eccentrica deve essere evitata per prevenire un eccesso di tensione nell’unità muscolare, ma verrà poi inserita nelle fasi più avanzate della riabilitazione.

Anche la deambulazione in piscina e la cyclette senza resistenza vengono utilizzate nella fase iniziale perché consentono una mobilizzazione senza dolore con una resistenza controllabile. Per il condizionamento aerobico vengono utilizzati gli esercizi per gli arti inferiori e per la parte superiore del corpo. Quando il paziente cammina normalmente con minimo dolore e una buona forza muscolare, si applica un programma di cammino su percorsi con una progressione da cammino a jogging.

Lo stretching per evitare la perdita di estensibilità è una parte importante del trattamento della lesione. Uno stretching attivo cauto viene utilizzato inizialmente per arrivare poi a uno stretching passivo statico fino a dove concesso dal dolore.

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Gravidanza : sciatalgia e mal di schiena

Gravidanza – Sciatalgia e mal di schiena

Nel nostro studio di Legnano ci prendiamo cura anche delle mamme in dolce attesa. Ogni futura mamma ha a che fare con diversi disturbi della gravidanza, il dolore lancinante alla schiena e alle gambe è un sintomo che può letteralmente bloccarti e rendere difficile i movimenti della vita quotidiana. Un approccio riabilitativo grazie al fisioterapista o all’osteopata consente di alleviare di molto, o addirittura eliminare, questa antipatica sintomatologia.

Sciatica in gravidanza

La sciatica, o meglio detta sciatalgia, è il nome della condizione in cui il dolore scorre lungo il nervo sciatico, tipicamente attraverso la parte bassa della schiena, verso il gluteo, i fianchi e, infine, lungo la gamba. La sciatica di solito colpisce solo un lato del corpo ed è incredibilmente comune durante la gravidanza. Durante la visita il fisioterapista o l’osteopata sapranno indicarvi e spiegarvi nel dettaglio il decorso del nervo sciatico, facendo comprendere il perché di tale sintomatologia. È il nervo più grande del corpo ed è la chiave per fornire funzioni motorie e sensoriali alla parte inferiore del corpo e alle gambe.

Sintomi della sciatalgia

Come descritto in un blog precedente (vedi sciatalgia), i sintomi del dolore del nervo sciatico possono variare in sensazione e intensità. Per alcuni, è un lieve dolore lungo un lato della parte inferiore del corpo. Per altri, può sembrare simile a un’improvvisa scossa elettrica lungo il nervo. Altri sintomi che possono verificarsi sono intorpidimento, formicolio o persino debolezza muscolare nella gamba o nel piede.

Perché il dolore al nervo sciatico si verifica durante la gravidanza?

La sciatica è tipicamente causata da un nervo sciatico compresso, irritato o infiammato. Nelle persone non gravide, il fisioterapista specializzato andrà a ricercare la causa di tale compressione o irritazione in un’ernia del disco o da uno sperone osseo. Tuttavia, in gravidanza, ci sono altri fattori in gioco, ovvero il cambiamento della posizione del bacino in antiversione e a causa del peso del “pancione”.

Più in dettaglio, man mano che l’ormone relaxina si accumula nel corpo durante la gravidanza, i legamenti iniziano ad allentarsi per prepararsi alla nascita. Di conseguenza, il centro di gravità del tuo corpo si sposta, il che può causare la compressione del nervo sciatico. Mentre il tuo piccolo accumula chili, il peso del feto e del tuo utero può aggiungere ulteriore pressione al nervo sciatico, specialmente quando il bambino è posizionato in certi modi.

Consigli per alleviare la sciatica durante la gravidanza

Il fisioterapista e osteopata possono suggerire diversi espedienti per alleviare, durante la gravidanza, i fastidiosi sintomi della sciatalgia, tra cui:

  • Sdraiarsi sul lato opposto al dolore: per aiutare ad alleviare la pressione sul nervo sciatico. Prova anche a dormire in questa posizione.
  • Utilizzare un cuscino tra le gambe durante la notte: per dormire in una posizione rilassata ed evitare la compressione del nervo sciatico.
  • Evitare di stare in piedi per lunghi periodi di tempo: se hai bisogno di stare in piedi per un po’, prova a sollevare un piede e ad appoggiarlo su una scatola o uno sgabello per evitare disagi.
  • Nuotare: la galleggiabilità dell’acqua può aiutare a ridurre la pressione del nervo sciatico.
  • Docce calde o impacchi caldi per alleviare il dolore: il calore è un miorilassante naturale che consente alla muscolatura di “lasciarsi andare” e ridurre la tensione.
  • Evitare di sollevare oggetti pesanti.

Trattamento in gravidanza

Generalmente, nella maggior parte dei casi il dolore al nervo sciatico scompare da solo entro pochi mesi dal parto. Tuttavia, i sintomi durante la gravidanza possono essere invalidanti e necessitano di un trattamento adeguato. Rivolgendoti al tuo fisioterapista o osteopata di fiducia potrai alleviare o far scomparire i sintomi che rendono spiacevole un momento così importante della tua vita. Il fisioterapista specializzato sarà in grado di trattare la muscolatura tesa e saprà consigliarti una serie di esercizi specificatamente pensati per alleviare i sintomi della sciatalgia.

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Frattura del polso. Osteopatia e Fisioterapia a Legnano

Frattura del Polso

Nell’ambito della fisioterapia ortopedica, le fratture del polso, in particolare dell’epifisi distale del radio, sono frequenti tra gli anziani, soprattutto le donne, che hanno ossa più fragili e cadono più facilmente. Le persone anziane oggi sono più sane, più attive e più numerose di quanto non siano mai state e le decisioni circa il trattamento non devono essere basate solo sull’età del paziente, ma considerare anche la possibilità di una cattiva qualità dell’osso.

Per fratturare l’estremo distale del radio in un giovane occorre una notevole energia e la maggior parte di queste fratture avviene per incidenti stradali, cadute da altezze considerevoli o attività sportive. Le fratture scomposte nei giovani adulti sono spesso associate a concomitanti fratture del carpo e a lesioni dei legamenti, sindromi acute compartimentali e politraumi.

Le chiavi per un trattamento efficace delle fratture di polso comprendono il recupero della congruità articolare, la preservazione della lunghezza del radio, la giusta inclinazione volare (verso il palmo della mano), la prevenzione della rigidità e la mobilità precoce di una struttura stabile.

Occorre prestare speciale attenzione alla tumefazione della mano, che limita i movimenti. La tumefazione può contribuire a determinare rigidità e anche retrazione dei muscoli intrinseci della mano. La mobilizzazione e l’uso funzionale della mano, del polso e dell’avambraccio completano la riabilitazione del polso fratturato. Per questo motivo è sempre bene affidarsi ad un fisioterapista specializzato nell’ambito ortopedico.

Frattura del polso: classificazione e problematiche

Per quanto riguarda la frattura del polso, sono stati descritti molti sistemi di classificazione, ma per il fisioterapista la maggior parte degli elementi importanti è contenuta nel sistema di Fernandez che distingue tra:

  • tipo 1: fratture da flessione, sono fratture extrarticolari (cioè non interessano l’articolazione ma solo il corpo del radio), sono le più comuni tra cui la frattura di Colles e la frattura di Smith.
  • tipo 2: fratture da taglio, sono fratture articolari dette fratture di Barton che sono di per sé fratture instabili e vengono trattate chirurgicamente.
  • tipo 3: fratture da compressione, interessano la superficie articolare e il grado di lesione dipende dalla forza compressiva.
  • tipo 4: fratture-lussazioni, sono fratture in cui si hanno lussazioni dell’articolazione radiocarpica con piccole fratture da avulsione legamentosa.
  • tipo 5: fratture ad alta energia che combinano diversi tipi elencati in precedenza.

Chirurgia o semplice tutore?

Le indicazioni al trattamento chirurgico delle fratture di polso comprendono le fratture instabili, le fratture irriducibili, fratture con più di 20° di angolazione dorsale (verso il dorso della mano) del frammento distale, uno spostamento o un’incongruità intrarticolare di 2 mm o più dei frammenti articolari e una dislocazione del radio (laterale). Queste sono condizioni che il fisioterapista non può trattare, ma riabilita dopo l’intervento.

Un trattamento efficace di una frattura dell’epifisi distale del radio deve rispettare i tessuti molli mentre ripristina un allineamento anatomico delle ossa. Pertanto, il chirurgo deve scegliere un metodo di trattamento che preservi l’allineamento delle ossa senza servirsi di gessi stretti o costringere le strutture scorrevoli che controllano la mano. L’articolazione matacarpo-falangea (MCF) deve restare libera. Il polso non deve essere distratto o posto in posizione flessa perché queste posizioni anormali riducono il vantaggio dinamico dei tendini dei muscoli estrinseci, aumentano la pressione nel canale carpale, esacerbano il danno ai legamenti e contribuiscono alla rigidità.

Le fratture da flessione (tipo 1), tipicamente la frattura di Colles, richiede una fissazione chirurgica nei pazienti più anziani, con più di 20° di angolazione dorsale (verso il dorso della mano) della superficie articolare radiale distale, misurati prima della riduzione con manipolazione.

Le fratture da taglio, le cosiddette fratture di Barton, per la loro instabilità intrinseca devono essere trattate con riduzione aperta e osteosintesi con viti e placca per ottenere risultati migliori. Mentre molte fratture da compressione articolare semplici possono essere trattate con manipolazione chiusa, fissazione esterna e fissazione con fili di Kirschner percutanei. Le fratture con lussazione possono addirittura richiedere un fissatore esterno.

Per tutti gli altri casi si utilizza una manipolazione chiusa e uno splint sugar tong che risulta essere un trattamento definitivo e sufficiente.

Frattura del polso: come la riconosco?

Il paziente che si presenta in pronto soccorso, o direttamente dal fisioterapista, avrà il polso deformato con la mano dislocata dorsalmente. È la cosiddetta deformità “a dorso di forchetta” per la somiglianza con una forchetta vista di lato. Anche l’estremo distale dell’ulna può apparire prominente. Il polso è gonfio e dolorabile e la palpazione può provocare un crepitio. L’indagine diagnostica principale è la radiografia (RX). Se necessario dopo riduzione chiusa si può chiedere una TAC per definire con precisione lo schema della lesione.

Riabilitazione e trattamento della frattura del polso

La riabilitazione di una frattura di polso è pressoché uniforme in tutti i tipi di fratture, purché lo schema della lesione sia stato correttamente individuato e trattato. Le fasi della riabilitazione, che mettiamo in atto qui nel nostro studio di Legnano, possono essere suddivise in precoce, media e tardiva.

Riabilitazione: fase precoce

Nella fase precoce, la parte critica della prima fase della riabilitazione è la limitazione della tumefazione e della rigidità della mano sulle quali il fisioterapista dovrà subito interventire. La tumefazione può essere limitata e ridotta insegnando al paziente a tenere elevata la mano sopra il livello del cuore, incoraggiando una frequente mobilizzazione attiva e fasciando le dita e la mano con bende elastiche autoadesive (tipo Coban). La rigidità può essere in parte prevenuta insegnando al paziente un programma aggressivo di esercizi attivi e passivi per il ROM.

Un’altra parte critica della prima fase della riabilitazione è l’uso funzionale della mano. Molti di questi pazienti sono anziani e hanno una ridotta capacità di adattamento alla loro lesione del polso. È dunque importante spronare il paziente ad eseguire attività della vita quotidiana, come mangiare, vestirsi, fare toilette, così la mano sarà meglio reincorporata nello schema fisico del paziente e pertanto meno soggetta a diventare distrofica.

In questa fase e nelle fasi successive è fondamentale il movimento attivo della spalla e del gomito omolaterali (dello stesso lato del polso fratturato) per evitare una spalla o un gomito congelati.

 

Riabilitazione: fase intermedia

Una volta saldata la frattura possono essere rimossi il chiodo e la fissazione esterna e il paziente viene svezzato dal tutore. La radiografia guiderà questa transizione, perché alcune fratture molto frammentate possono richiedere una tutela per oltre 8 settimane.  Vengono utilizzati esercizi attivi assistiti di mobilizzazione dell’avambraccio e del polso per massimizzare la mobilità. Un splint dinamico può servire per migliorare il movimento. In particolare, se la supinazione è lenta da recuperare, può essere utilizzato a intermittenza uno splint dinamico di supinazione.

Per accelerare la consolidazione ossea, il fisioterapista consiglierà di utilizzare izzare in questa fase la magnetoterapia che con il suo campo magnetico stimola gli osteoblasti nella produzione di osso utile per riparare la frattura.

Riabilitazione: fase tardiva

Una volta ben stabilizzata la consolidazione, si possono iniziare esercizi di rinforzo muscolare mentre si continua con la mobilizzazione attiva assistita. Il polso e la mano sono stati a riposo per molto tempo dopo il trauma o l’intervento e trarranno vantaggio da esercizi di rinforzo inclusi gli esercizi di rinforzo con plastilina l’uso di piccoli pesi o di macchinari specifici.

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distorsione caviglia - fisioterapia e osteopatia Legnano

Distorsione di caviglia: cos’è e come avviene

La distorsione di caviglia, che comunemente chiamiamo “storta”, è uno dei traumi muscoloscheletrici che il fisioterapista vede più di frequente. Questo evento traumatico si manifesta quando perdiamo l’appoggio del piede mentre ci troviamo, ad esempio, su una superficie irregolare. In questo frangente, la caviglia fa un movimento anomalo ed eccessivo oltre le capacità dell’articolazione stessa determinando così danni più o meno gravi ai tessuti.

Più in dettaglio, il fisioterapista e l’osteopata devono indagare le cause traumatiche della distorsione di caviglia  che si dividono in:

  • traumi estrinseci: dovuti ad eventi non non controllabili dal soggetto (come un contrasto durante una partita di calcio).
  • traumi intrinseci: ovvero traumi subiti “da solo” dal soggetto stesso “da solo” (come il caso di una storta alla caviglia scendendo le scale, correndo o facendo sport ma senza che vi siano cause esterne).

Questo è un dettaglio importante per determinare il successivo percorso di fisioterapia e quindi deve essere una domanda posta al paziente durante l’anamnesi. Insieme alla tipologia di trauma è necessario individuare la direzione del meccanismo traumatico. Infatti si hanno:

  • distorsioni in inversione: con danni ai tessuti laterali (esterni) della caviglia
  • distorsioni in eversione: con danni ai tessuti mediali (interni) della caviglia

Generalmente la distorsione più frequente è quella in inversione e la lesione più comune che si può manifestare è quella del legamento peroneo-astragalico anteriore sia nella popolazione generale che in quella sportiva

Sintomi della distorsione di caviglia

sintomi di una distorsione di caviglia sono:

  • dolore solitamente localizzato nella zona di interessamento delle strutture (solitamente legamenti) del piede e della caviglia;
  • dolore al carico cioè un dolore che si manifesta o peggiora camminando o stando in piedi;
  • gonfiore più o meno evidente in base al grado di distorsione;
  • ecchimosi (livido) solitamente localizzato, come per il gonfiore, nella zona interessata dalla distorsione.

Caviglia gonfia: devo preoccuparmi?

Il gonfiore è comune dopo una distorsione di caviglia ed è localizzato, di solito, nella zona di lesione dei legamenti o delle strutture della caviglia interessa. In caso di distorsione laterale di caviglia, il gonfiore si troverà nella zona laterale del piede mentre, in caso di distorsione mediale di caviglia, il gonfiore si troverà nella zona mediale del piede.

Tra le situazioni più pericolose che potrebbero verificarsi in seguito a distorsione di caviglia, sicuramente la più importante è quella della frattura. Questa situazione deve immediatamente essere accertata, altrimenti non si può procedere nel trattamento.

Durante la seduta di fisioterapia, la valutazione di un paziente con distorsione di caviglia inizia con l’osservazione per individuare eventuale gonfiore o ematomi e la palpazione di alcuni punti specifici che consentiranno di escludere la presenza di fratture con una probabilità molto elevata e ridurre quindi la necessità di sottoporsi a una radiografia attraverso delle regole chiamate in Ottawa Ankle Rules.

Se l’esecuzione di queste palpazioni sono negative si potrà chiedere al paziente anche di eseguire alcuni passi o alcuni movimenti per valutarne la quantità e la presenza di dolore per proseguire, poi, con alcuni test specifici per le lesioni legamentose o tendinee. Se invece la palpazione è dolorosa e il cammino impossibile è meglio interrompere la seduta ed inviare il paziente per effettuare una radiografia o, nei casi dubbi e più incerti, TAC.

Dunque, attraverso il colloquio e la valutazione il fisioterapista imposterà il programma riabilitativo più appropriato per ciascun paziente e deciderà, se necessario, se sottoporre il paziente ad indagini strumentali o se consigliare al soggetto di rivolgersi a uno specialista in ortopedia per un consulto chirurgico nei casi più gravi.

Distorsione alla caviglia: cosa fare e a chi rivolgersi

Le figure professionali a cui rivolgersi dopo distorsione di caviglia sono il fisioterapista specializzato o il medico di medicina generale o il medico specialista (ortopedico). Questi professionisti sono gli unici in possesso dei requisiti per poter visitaretrattare un paziente che ha subito una distorsione di caviglia.

Una volta escluso il rischio di frattura e risolti i casi dubbi, vediamo cosa fare in caso di distorsione di caviglia. Il fisioterapista deve seguire obiettivi specifici:

  • ridurre il dolore attraverso tecniche manuali specifiche proposte dal fisioterapista, l’assunzione di anti-infiammatori o analgesici generali prescritti dal medico solo per i primissimi giorni;
  • ridurre il gonfiore attraverso un bendaggio compressivo, l’elevazione del piede e il movimento della caviglia per favorire il drenaggio e lo spostamento dei liquidi in eccesso che determinano il gonfiore;
  • ridurre il carico di lavoro del piede e della caviglia (attraverso l’utilizzo di stampelle nei primissimi giorni, riduzione dell’attività fisica o sportiva o astensione dalla stessa per alcuni giorni);
  • migliorare il movimento attraverso esercizi di mobilità e tecniche manuali prescritti o eseguite dal fisioterapista specializzato;
  • potenziare aumentare la forza muscolare di tutta la muscolatura che guida il movimento della caviglia dai più semplici ai più complessi, questi ultimi da eseguire con la supervisione del fisioterapista.

Storta alla caviglia: rimedi ed esercizi

rimedi più efficaci per la distorsione di caviglia sono sicuramente la terapia manuale, macchinari come la TECARterapia (per ridurre lo stato infiammatorio), pressoterapia (per ridurre il gonfiore) e gli esercizi riabilitativi specifici prescritti e supervisionati dal fisioterapista specializzato in ambito muscoloscheletrico. 

Purtroppo, l’utilizzo sulla zona interessata pomate, creme, impacchi non sono di aiuto nella guarigione tissutale e non favoriscono il recupero funzionale, soprattutto in ambito sportivo, da una distorsione di caviglia.

L’utilizzo del ghiaccio, invece, può essere applicato nei giorni successivi al trauma per ridurre parzialmente il dolore e deve essere applicato ad intervalli di 10 minuti. L’uso eccessivo e spropositato del ghiaccio non velocizza i tempi di recupero, anzi porta ulteriore sofferenza ai tessuti lesionati generando quello che viene detto effetto rebound, ovvero un aumento della vasodilatazione e del gonfiore peggiorando così la condizione clinica.

Gli esercizi prescritti dal fisioterapista sono il centro del programma riabilitativo e hanno la capacità di restituire alla caviglia la propria capacità di movimento, di resistenza al carico corporeo e al carico di lavoro (come nel caso di un paziente sportivo) e hanno la capacità di migliorare la forza muscolare del polpaccio e della muscolatura di tutto l’arto inferiore per consentire al paziente di riprendere nel più breve tempo possibile tutte le attività quotidiane, ludiche e sportive.

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epicondilite - Fisioterapia e Osteopatia Legnano

Epicondilite: cos’è e come curarla

Epicondilite, chiamata anche gomito del tennista, è meglio descritta con il termine tendinopatia laterale di gomito (TLG), e si intende una condizione di dolore percepito a livello dell’epicondilo, ovvero una superficie ossea del gomito che si trova lateralmente (esternamente) e che risulta dolente dolente sia alla palpazione che durante i movimenti del polso, della mano e delle dita. L’epicondilite è un disturbo che si sviluppa in seguito a microtraumi ripetuti nel tempo (movimenti o attività ripetute per molto tempo o con sforzi eccessivi) e, come detto, è una tendinopatia, cioè una problematica dovuto al sovraccarico dei tendini dei muscoli dell’avambraccio che prendono il nome di estensori del carpo e delle dita.

Sintomi dell’epicondilite

sintomi lamentati dal paziente per epicondilite ricercati dal fisioterapista sono piuttosto caratteristici e di facile individuazione e sono:

  • dolore nella zona laterale (esterna) del gomito che può estendersi fino al polso e al dorso delle dita;
  • sensazione di tensione e/o rigidità a livello del gomito o della zona dorsale (esterna) dell’avambraccio;
  • mancanza di forza nella presa (della mano) o nelle rotazioni dell’avambraccio;
  • sensazione di intorpidimento nella zona dorsale (esterna) dell’avambraccio;
  • difficoltà nel distendere (raddrizzare) completamente il gomito.
  • possibile gonfiore, calore e rossore del gomito nella parte esterna

Cause dell’epicondilite

Le cause dell’epicondilite sono il sovraccarico, i microtraumi o sforzi ripetuti eccessivi o prolungati nel tempo. Le persone più a rischio di avere l’epicondilite sono:

  • tennisti;
  • giocatori di badminton;
  • ping-pong;
  • golfisti;
  • cuochi;
  • imbianchini;
  • tecnici generici;
  • baristi;
  • sarte;
  • parrucchieri;
  • musicisti.

Diagnosi

La diagnosi di epicondilite viene generalmente fatta dal fisioterapista clinicamente, cioè attraverso il colloquio e la valutazione del paziente attraverso test specifici. I principali test clinici per la diagnosi di epicondilite sono:

  1. palpazione dell’epicondilo laterale del gomito
  2. Thomesen test: è un test di forza resistita, in cui si chiede al paziente di estendere il polso contro una resistenza posta sulla mano del paziente dal fisioterapista.
  3. Maudsley’s test: è un test di forza resistita in cui si chiede al paziente di estendere il dito medio contro una resistenza posta sul dito del paziente dal fisioterapista.

Questi test sono positivi se c’è la comparsa del dolore tipico riferito dal paziente, localizzato in sede laterale del gomito.

Solo in alcuni casi più rari, il paziente potrebbe essere invitato a sottoporsi a ecografia, radiografia o elettromiografia volte ad escludere patologie più gravi.

Cura, rimedi, fasce, tutore per epicondilite ed esercizi riabilitativi

tutori o le fasce per l’epicondilite possono essere utilizzati nei primi giorni di dolore al gomito per cercare di fornire sostegno all’articolazione e ai tendini dei muscoli dell’avambraccio, specialmente per quei pazienti che hanno elevate richieste funzionali (lavoro, sport ad alti livelli), ma il loro utilizzo deve essere momentaneo e sempre supportato dall’esecuzione di esercizi riabilitativi specifici per l’epicondilite.

Mentre si utilizzano tutori o fasce per l’epicondilite, il fisioterapista oltre al trattamento manuale volto a scaricare la muscolatura dell’avambraccio, opterà per tecniche della modifica del sintomo volte a ridurre il dolore in maniera quasi immediata e consentire così al paziente di eseguire gli esercizi riabilitativi. Lo scopo degli esercizi è quello di allenare le strutture che causano dolore al gomito, tra cui tendini, osso, legamenti e fasce muscolari e, in particolare, i muscoli estensori del carpo, delle dita e i muscoli supinatori dell’avambraccio.

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